IUAV Lorenzo Secco
Cultura, causa ed effetto della produzione industriale

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    Lorenzo Secco Architetto, industrial designer, docente di design del prodotto all'Università IUAV di Venezia
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Parla con noi Lorenzo Secco, architetto, industrial designer, docente di design del prodotto all’Università IUAV di Venezia.

Ci può raccontare come la cultura rappresenti la piattaforma fondamentale su cui l’ambito del design industriale di prodotto genera valore economico?

Oh bè … oso dire che la cultura è molto di più che la piattaforma fondamentale per il disegno industriale. Ne è contemporaneamente causa ed effetto. Secondo me ogni attività di progetto è un’espressione del contesto culturale in cui è realizzata.

Il termine “cultura” nelle sue accezioni principali significa
L’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza …”[1]

ma anche l’
“insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale”[2]

raccoglie ogni manifestazione del modo di vivere di un gruppo di essere umani.

Quindi il progetto è il prodotto della cultura – e dell’intelletto e della sensibilità – delle persone che lo pensano e lo trasformano in prodotto.

Ma questo prodotto è anche figlio della cultura delle persone che poi lo utilizzeranno. Perchè deve risultare calzante al loro modo di vivere.

E siccome un qualsiasi prodotto interagisce con le persone poi provoca spontaneamente una qualche trasformazione nella cultura del singolo. E quando un prodotto è di successo, addirittura modifica la cultura del gruppo.

Disegnare bene prodotti richiede saperi tecnici, che bisogna però saper unire a una sapienza e sensibilità “umanistica”.

Un buon prodotto è uno strumento escogitato per risolvere il problema di qualcuno. È pensato e costruito da essere umani ed è destinato ad altri esseri umani. È l’espressione, la sintesi e il prodromo del fare umano. Se è un buon prodotto, sarà stato e sarà un buon fare. Se è un cattivo prodotto, avremo fatto tutti un piccolo passo indietro.

Per me sta racchiuso qui il valore del disegnare prodotti. C’è dell’etica oltre all’economia.
Ma se consideriamo che una delle accezioni di economia recita:
“Complesso delle risorse e delle attività dirette alla loro utilizzazione, di una regione, di uno stato, di un continente, del mondo intero”[3]

di nuovo ci ritroviamo di fronte al fare umano. E forse questo può indicare una direzione alla nostra cultura economica per decidere a che dobbiamo puntare nel disegnare e scegliere prodotti di valore.

Quali “circuiti” virtuosi si innestano tra cultura, occupazione, ricerca, formazione… all’interno dell’Università?

Allora: l’oggetto della domanda è l’Università.
Andiamo per gradi.

Tutto quel che facciamo è cultura, ci piaccia o no, dentro la scuola, nel mondo del lavoro o nel tempo libero. Quindi il circuito culturale fra occupazione, ricerca e formazione anche all’interno dell’Università è più che spontaneo: inevitabile.

L’Università si occupa poco di occupazione, chiedo scusa per il bisticcio, ma l’effetto della sua attività di formazione ha enormi effetti sull’occupazione. Nel bene e nel male.

L’Università fa anche ricerca – ogni docente universitario è tenuto a farla – e quella italiana raggiunge ottimi livelli di riconoscimento internazionale. O meglio, lo raggiungono i suoi ricercatori perchè purtroppo il sistema italiano ha molte difficoltà a mettere i propri addetti nelle condizioni di lavoro ottimali.

L’Università ha la responsabilità di formare persone che impiegheranno poi quel che hanno imparato per cercare di lavorare secondo le loro migliori capacità e, per quanto possibile, la loro vocazione.

Da anni riscontro continuamente che l’ambiente universitario costituisce il luogo ideale per far convergere i mondi del lavoro e della conoscenza. Ogni azienda si entusiasma quando c’è l’occasione di lavorare con l’Università, e studenti, docenti e ricercatori si entusiasmano quando possono collaborare con le aziende.
Ma i risultati raggiungono raramente il livello degli entusiasmi e dell’impegno. Ci sono dei meccanismi operativi da valutare con attenzione e, forse, da modificare anche profondamente.

L’attività universitaria è una risorsa assolutamente strategica per il sistema-paese. Le università possono essere la canne di fucili che sparano venti anni avanti nel futuro. Forse se realizzassimo questa potenzialità dell’Università italiana avremmo un’arma formidabile. A patto però di scegliere bene munizioni e bersagli, e mirare con molta attenzione.

La mia sensazione è che i circuiti ci siano, “chiari e forti”.
È sul virtuoso che abbiamo buon margine di miglioramento.
Senza confonderci col virtuosismo.

La contaminazione culturale e le sinergie fra “mondi diversi” ritiene possano dare un contributo strategico e determinante all’interno del mondo universitario e dell’impresa innovativa?

Questa è facile: sì!

Soprattutto se cerchiamo di sfatare il luogo comune che siano “mondi diversi”. Semmai sono “diversamente mondi”: intendo che sono al massimo punti di vista diversi per osservare e agire sulla stessa realtà.

Forse più che di contaminazione – parola che evoca effetti negativi – potremmo parlare di modalità operative: secondo me questo è il contesto giusto per usare il termine “co-working”.
Con tutto quello che evoca.

In che termini l’Università IUAV e, più in particolare, il corso di laurea in Design del prodotto, opera nella cultura della Manifattura 4.0?

Le attività attualmente comprese nel termine squisitamente mediatico di “Manifattura 4.0” riguardano aspetti fondamentalmente tecnici e organizzativi.

Stiamo parlando dell’integrazione di strumenti informatici ai mezzi di produzione industriale, attività che già dai primi anni ’80 del XX sec. varie aziende industriali avevano intrapreso per affrontare le complicazioni della gestione e controllo delle proprie risorse produttive.

La produzione automatizzata è storicamente stata ripetitiva: organizzare una serie di macchinari meccanici per effettuare una produzione automatica è economicamente conveniente solo se poi il numero di pezzi prodotti, tutti uguali fra di loro, raggiunge una soglia minima. Maggiori la complicazione e l’investimento, maggiore il numero di repliche necessarie per raggiungere il punto di pareggio.

Quindi negli anni ’60 il ruolo del progettista industriale era quello di mettere a punto prodotti adatti al maggior numero di persone possibile, in modo che si potesse realizzarne un alto numero di repliche di prezzo sufficientemente basso per renderlo accessibile alla moltitudine. Prodotti che potessero andare “quasi bene” a chiunque. Una sfida notevole che richiedeva, e giustificava, un notevole investimento di intelligenza progettuale da affiancare all’investimento in macchinari.

Lo stato dell’arte tecnica rende ormai possibile la produzione automatizzata di lotti di prodotti in quantità “1”. Questa disponibilità tecnica però non svincola dalla necessità di notevoli investimenti economici, perchè queste innovative linee di produzione possono risultare più versatili ma certamente non più economiche. Ne’ siamo disposti a ricevere un prodotto progettato male perchè “unico”, tutt’altro!

Ritengo che un corso di laurea che si occupa della progettazione di prodotti abbia il compito di offrire le conoscenze e competenze per impiegare con intelligenza, senso critico e sensibilità queste nuove risorse di produzione.

Produrre un pezzo alla volta può essere l’occasione per produrre ogni volta lo “strumento perfetto”, destinato a durare nel tempo, che vale la pena di riparare e, quando serve, aggiornare. Per questo la dose di intelligenza da iniettare nel prodotto deve rimanere molto alta, anche se orientata in modo più specifico. Sarà questa intelligenza a determinare il valore duraturo del prodotto.

Quale ambiente migliore di quello universitario per esplorare questi percorsi progettuali offerti da queste nuove modalità produttive, rivoluzionarie e improponibili 60 anni fa?
Stiamo aprendo una porta che potrebbe farci uscire dall’insostenibilità del consumismo per entrare in un mondo del fatto-bene-proprio-per-me.
Dicevo che il design si occupa di produrre strumenti per gli esseri umani, che devono poterli usare con l’unica interfaccia che hanno a disposizione verso il mondo fisico: il proprio corpo.
E i tempi in cui il genere umano muta le proprie caratteristiche fisiche si misurano in generazioni, non in stagioni primavera-estate e autunno-inverno.

[1]                accezione 1a in http://www.treccani.it/vocabolario/cultura

[2]                accezione 2 sempre in http://www.treccani.it/vocabolario/cultura

[3]                accezione 2 in http://www.treccani.it/vocabolario/economia/


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Lorenzo Secco 

 

 

 

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